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Isole minori di Venezia: viaggio nella Laguna più nascosta

Quando pensiamo a Venezia, la geografia della città sembra quasi scomparire dietro la forza delle sue immagini più celebri. Piazza San Marco, Rialto, il Canal Grande, le calli. E poi Murano e Burano, prime destinazioni quando si decide di spingersi oltre il centro storico.

Ma Venezia è soltanto una parte di un sistema molto più grande.

La Laguna è un paesaggio in continuo equilibrio tra acqua e terra, formato nei secoli dall’incontro tra fiumi, maree e Adriatico. Al suo interno, canali, barene, velme e terre emerse disegnano una geografia frammentata nella quale si trovano decine di isole naturali e artificiali. Alcune sono abitate, altre ospitano monasteri, orti o istituzioni culturali; altre ancora conservano edifici militari, antichi luoghi di cura o tracce di insediamenti ormai scomparsi.

Esplorarle significa scoprire che non esiste una sola Venezia, ma un mosaico culturale straordinario. Mondi separati da pochi minuti di navigazione eppure sorprendentemente diversi tra loro, nei quali la storia della Serenissima si intreccia con agricoltura, religione, arte, scienza e natura.

Per una giornata diversa dagli itinerari più frequentati, abbiamo scelto alcune delle isole minori della Laguna che vale la pena conoscere.

Mazzorbo: l’anima agricola della Laguna

È sufficiente attraversare il caratteristico Ponte Longo, il ponte di legno che la collega a Burano, perché colori e movimento lascino progressivamente spazio a un paesaggio molto più quieto.

Mazzorbo racconta una storia antichissima. L’area era interessata da scambi già in epoca preromana, mentre l’insediamento vero e proprio viene tradizionalmente fatto risalire al VII secolo, quando parte delle popolazioni dell’entroterra, in particolare dell’area di Altino, cercò rifugio nelle terre lagunari durante le invasioni barbariche. Intorno al X secolo l’isola raggiunse uno dei momenti di maggiore prosperità, prima che l’ascesa di Venezia ne ridimensionasse progressivamente il ruolo. Mazzorbo divenne così soprattutto territorio agricolo e luogo di villeggiatura per il patriziato veneziano.

Di un passato nel quale l’isola arrivò a ospitare numerosi edifici religiosi rimane soprattutto la Chiesa di Santa Caterina. La sua storia è legata a un antico monastero benedettino e al suo interno si conserva una curiosità eccezionale: una campana datata 1318, considerata la più antica della Laguna.

Ma è soprattutto il rapporto con la terra a definire ancora oggi Mazzorbo. Negli orti cresce la castraura, il primo germoglio del carciofo, al quale il terreno salmastro regala caratteristiche particolari. E dentro l’antica vigna murata della Tenuta Venissa sopravvive la Dorona, vitigno autoctono veneziano che racconta una tradizione agricola apparentemente improbabile in un territorio dominato dall’acqua.

Persino l’architettura contemporanea è entrata in questo racconto con discrezione: negli anni Ottanta Giancarlo De Carlo progettò qui un complesso residenziale pensato per contribuire al ripopolamento dell’isola, reinterpretando in chiave moderna forme e proporzioni dell’abitare lagunare.

Sant’Erasmo: dentro l’Orto di Venezia

Se Mazzorbo conserva una vocazione agricola, Sant’Erasmo ne ha fatto la propria identità.

Seconda isola della Laguna per estensione, è conosciuta da secoli come “Orto di Venezia”. Già nel Medioevo svolgeva un ruolo importante come scalo legato a Torcello e Murano, mentre appezzamenti di terreno venivano affidati a famiglie patrizie e monasteri veneziani. Con la progressiva centralità assunta da Venezia, l’isola perse parte delle proprie funzioni, ma non quella più importante: soddisfare il fabbisogno alimentare della città.

Ancora oggi il paesaggio di Sant’Erasmo è fatto di campi, filari e strade che sembrano appartenere più alla campagna veneta che all’immaginario tradizionale della Laguna. Tra i suoi prodotti simbolo c’è il celebre carciofo violetto di Sant’Erasmo, insieme al miele di  barena.

La storia dell’isola, però, non è soltanto agricola. Dopo la caduta della Serenissima, francesi e austriaci rafforzarono il sistema difensivo lagunare e tra il 1843 e il 1844 venne costruita la Torre Massimiliana, fortificazione circolare posta a controllo della bocca di porto del Lido e successivamente utilizzata anche durante il secondo conflitto mondiale come batteria contraerea e occupata dalle truppe tedesche nel 1943. 

Merita una visita anche la Chiesa del Cristo Re, consacrata nel 1929, che custodisce un Martirio di Sant’Erasmo attribuito alla scuola del Tintoretto.

E poi c’è il Bacàn, una delle curiosità più veneziane dell’isola: una secca che con la bassa marea emerge trasformandosi temporaneamente in una sorta di spiaggia lagunare per sei ore al giorno. Dal momento che si trova davanti alla bocca di porto c’è parecchia corrente e l’acqua è pulita, cosa non proprio frequente da queste parti, quindi soprattutto i locali ne approfittano. Un luogo insolito da cui osservare anche il tramonto, lontano dal movimento del centro storico.

San Francesco del Deserto: un’isola dedicata al silenzio

Da Sant’Erasmo basta spostarsi verso Burano perché il paesaggio cambi ancora.

San Francesco del Deserto si riconosce già dall’acqua per la presenza dei suoi cipressi. Qui non ci sono quartieri, negozi o strade da esplorare: l’isola ruota attorno al convento francescano e a una storia sospesa tra documentazione e leggenda.

In origine conosciuta come Isola delle Due Vigne, secondo la tradizione avrebbe accolto Francesco d’Assisi nella primavera del 1220, durante il viaggio di ritorno dall’Oriente. Dopo l’incontro avvenuto a Damietta con il sultano al-Malik al-Kamil, Francesco sarebbe rientrato attraverso rotte veneziane e, passando da Torcello, avrebbe cercato un luogo appartato nel quale pregare. La tradizione francescana racconta che trovò rifugio proprio qui.

Nel 1233 il proprietario dell’isola, il nobile veneziano Jacopo Michiel, la donò ai Frati Minori. La comunità francescana vi è rimasta nei secoli, con una parentesi nel Quattrocento, quando condizioni ambientali particolarmente insalubri portarono al temporaneo abbandono del luogo: proprio da quel periodo deriverebbe l’appellativo “del Deserto”, proprio perché disabitata, appariva deserta. 

Il convento si sviluppa ancora oggi intorno alla piccola chiesa e custodisce anche quella che la tradizione identifica come la cella di San Francesco. La visita avviene accompagnati dai frati e richiede quindi tempi e modalità differenti rispetto alle classiche escursioni lagunari. Ed è forse proprio questo a renderla speciale: qui la destinazione non è qualcosa da “vedere velocemente”, ma un luogo al quale adattare il proprio ritmo.

San Lazzaro degli Armeni: un piccolo mondo armeno nella Laguna

Ci sono poi isole che raccontano storie arrivate a Venezia da molto lontano.

San Lazzaro degli Armeni ne è uno degli esempi più affascinanti. Dopo essere stata utilizzata come lebbrosario e aver attraversato un lungo periodo di abbandono, nel 1717 l’isola venne concessa dalla Repubblica di Venezia a Mechitar di Sebaste, monaco armeno in fuga dalle persecuzioni, che vi fondò una comunità destinata a diventare uno dei più importanti centri della cultura armena fuori dall’Armenia.

Dietro le mura del monastero si è così formato, nel corso dei secoli, un patrimonio sorprendente. La biblioteca custodisce manoscritti e preziosi codici miniati, mentre le collezioni comprendono reperti provenienti da culture differenti, tra cui la celebre mummia del principe egiziano Nehmeket. La tradizione tipografica dell’isola fu altrettanto straordinaria: la tipografia dei Mechitaristi arrivò a poter stampare in decine di lingue diverse.

Anche Lord Byron è legato a San Lazzaro. Il poeta frequentò l’isola durante il suo soggiorno veneziano per studiare la lingua e la cultura armena con i monaci. Una sala ne conserva ancora il ricordo attraverso ritratti e oggetti, mentre nel giardino sopravvive una dimensione quasi domestica della comunità, tra ulivi e rosai. Proprio le rose sono inoltre protagoniste di una delle tradizioni più curiose dei Mechitaristi: la produzione di marmellata di petali.

Visitare San Lazzaro significa quindi attraversare in poche ore Venezia, Armenia, letteratura europea e storia del Mediterraneo. Un piccolo territorio capace di contenere un patrimonio culturale enormemente più grande delle sue dimensioni.

Pellestrina: undici chilometri tra Laguna e Adriatico

A Pellestrina, invece, è la geografia a diventare protagonista.

L’isola è una sottilissima lingua di terra lunga circa undici chilometri, stretta tra la Laguna e il mare aperto. In alcuni punti la sua larghezza si riduce a poche decine di metri: abbastanza per percepire quasi contemporaneamente i due paesaggi d’acqua che la circondano.

Abitata stabilmente fin dalle migrazioni provocate dalle invasioni barbariche, Pellestrina ha mantenuto nel tempo un rapporto fortissimo con la pesca e con il mare. Anche l’origine del suo nome rimane incerta: alle interpretazioni storiche che lo collegano alle antiche fossae Philistinae si affianca la spiegazione popolare della “pelle strana” dei pescatori, segnata dalle lunghe giornate trascorse sulle imbarcazioni.

Uno degli elementi più spettacolari del paesaggio sono i Murazzi, la grande opera in pietra d’Istria realizzata dalla Serenissima e completata nel XVIII secolo per proteggere il litorale dall’erosione dell’Adriatico. All’estremità meridionale, invece, l’Oasi di Ca’ Roman, area protetta, conserva uno degli ambienti dunali meglio preservati dell’Alto Adriatico e una notevole biodiversità.

Pellestrina è probabilmente una delle isole che più invitano a muoversi lentamente: a piedi o in bicicletta, seguendo quella sottile linea che separa due acque e due paesaggi.

San Servolo: dal monastero alla cultura contemporanea

Pochi minuti di navigazione separano Piazza San Marco da una storia completamente diversa.

Situata tra il Canale di San Nicolò e quello del Lazzaretto, San Servolo occupava una posizione strategica lungo le antiche vie d’acqua dirette verso Rialto. Nei secoli ha cambiato più volte funzione: fu sede di comunità monastiche benedettine e successivamente divenne soprattutto un luogo di cura.

La fase più lunga e complessa della sua storia è infatti legata all’assistenza psichiatrica. San Servolo ospitò per molto tempo un ospedale psichiatrico destinato inizialmente ai militari e, successivamente, una struttura aperta anche ai civili, rimasta attiva fino alle trasformazioni introdotte in Italia alla fine degli anni Settanta, con la riforma che portò alla chiusura di tutte le strutture manicomiali.

Oggi l’isola ha saputo cambiare ancora una volta identità. Gli edifici restaurati ospitano attività culturali, universitarie e congressuali, dalla Venice International University a realtà collegate a Ca’ Foscari e all’Accademia di Belle Arti. La memoria della sua storia sanitaria non è stata cancellata, ma è diventata essa stessa materia di studio e conservazione.

È forse questo il tratto più interessante di San Servolo: mostrare come un’isola possa attraversare funzioni completamente diverse continuando a essere parte viva della città.

San Giorgio Maggiore: tra arte, architettura e cultura

È una delle silhouette che vediamo più spesso nelle fotografie di Venezia e, proprio per questo, rischiamo di dimenticare che San Giorgio Maggiore è una destinazione da esplorare, non soltanto lo sfondo di Piazza San Marco.

La storia monastica dell’isola prende forma alla fine del X secolo, quando il doge Tribuno Memmo affidò il territorio al benedettino Giovanni Morosini. Nei secoli il monastero acquisì una grande importanza culturale e religiosa, mentre il profilo dell’isola venne definitivamente segnato dalla Basilica di San Giorgio Maggiore progettata da Andrea Palladio. Al suo interno si conservano opere di grandi maestri, tra cui Tintoretto.

Oggi gran parte del complesso è legata alla Fondazione Giorgio Cini. Gli antichi spazi benedettini convivono con biblioteche, collezioni, mostre e luoghi dedicati alla ricerca e alla cultura contemporanea. Qui si trovano il chiostro e il cenacolo palladiani, il Bosco dei Cipressi, gli spazi espositivi de Le Stanze del Vetro e il Labirinto Borges, costruito come omaggio allo scrittore argentino.

San Giorgio offre così qualcosa di raro: la possibilità di guardare Venezia da vicinissimo e, allo stesso tempo, di sentirsi momentaneamente fuori da essa.

Lazzaretto Nuovo: alle origini della quarantena veneziana

Posto nei pressi dell’ingresso settentrionale, il Lazzaretto Nuovo occupa circa nove ettari in una zona strategica per il controllo delle antiche vie d’acqua verso l’entroterra. La presenza umana nell’area risale molto indietro nel tempo, come testimoniano reperti archeologici, mentre dall’XI secolo l’isola appartenne ai benedettini di San Giorgio Maggiore.

La svolta arrivò nel 1468, quando il Senato veneziano istituì qui un lazzaretto destinato alla prevenzione dei contagi. A differenza del Lazzaretto Vecchio, utilizzato per i casi conclamati di peste, quello Nuovo divenne luogo di isolamento preventivo per equipaggi, persone e merci provenienti da aree considerate a rischio. È in questo sistema sanitario che Venezia contribuì a organizzare in maniera strutturata la pratica della quarantena, fondamentale per una città che viveva di scambi con tutto il Mediterraneo.

Esaurita progressivamente la funzione sanitaria nel Settecento, durante le dominazioni francese e austriaca l’isola entrò nel sistema militare difensivo della Laguna. Utilizzata dall’Esercito italiano fino al Novecento inoltrato, è stata successivamente oggetto di un importante processo di recupero.

Oggi il Lazzaretto Nuovo è visitabile stagionalmente e unisce archeologia, storia sanitaria e ambiente lagunare. Anche la natura è parte del percorso: il Sentiero delle Barene permette di osservare da vicino uno degli ecosistemi più caratteristici e delicati della Laguna.

Le isole perdute della Laguna di Venezia 

La mappa della Laguna, però, non è mai stata immobile.

Accanto alle isole abitate, recuperate o trasformate, ne esistono altre abbandonate e alcune delle quali rimangono ormai soltanto tracce, bassifondi o nomi custoditi nei documenti.

Salina, un tempo frequentata, è oggi soprattutto uno spazio naturale popolato dall’avifauna e periodicamente raggiunto dalle maree. Dell’antica Ammiana, che ospitò insediamenti e monasteri importanti prima di essere progressivamente abbandonata nel Medioevo, restano soprattutto testimonianze archeologiche e storiche. E poi c’è Costanziaca, altro centro della Laguna settentrionale scomparso nel tempo, la cui memoria sopravvive nelle fonti.

Sono storie che aiutano a comprendere la vera natura di questo territorio.

La Laguna è infatti un ambiente estremamente dinamico, nel quale sedimentazione, erosione, subsidenza, maree e intervento umano hanno continuamente modificato il confine tra acqua e terra. Oggi a questi processi si aggiunge la sfida dell’innalzamento del livello del mare legato al cambiamento climatico, che rende ancora più delicata la conservazione dell’ecosistema e del patrimonio veneziano.

Dire semplicemente che “Venezia scomparirà” rischia però di ridurre una realtà molto più complessa a un’immagine inevitabile. La storia stessa della Laguna racconta, al contrario, secoli di adattamento e interventi per governare un ambiente fragile. Le isole perdute sono quindi soprattutto un promemoria: qui il paesaggio non è mai stato qualcosa di definitivo.

Come visitare le isole minori della Laguna di Venezia

Una volta cambiata prospettiva, resta una domanda molto pratica: come raggiungere le isole minori di Venezia?

Non esiste una risposta unica, ed è proprio questo a rendere interessante costruire un itinerario.

Alcune isole sono integrate nella rete del trasporto pubblico ACTV e possono essere raggiunte in vaporetto; altre richiedono collegamenti specifici, visite organizzate o imbarcazioni private. San Francesco del Deserto, per esempio, non dispone di un normale collegamento pubblico diretto e viene generalmente raggiunta da Burano tramite operatori locali. Il Lazzaretto Nuovo segue invece modalità e periodi di visita specifici.

Per chi desidera esplorare più luoghi nella stessa giornata, un’escursione privata permette di costruire un percorso su misura. Bragozzi, motoscafi, water taxi e imbarcazioni di dimensioni differenti consentono di raggiungere anche aree meno servite, con punti di partenza disponibili sia dal centro storico sia da altre zone della Laguna e della terraferma.

Il consiglio è quindi quello di non improvvisare completamente la giornata: verificare prima orari di navigazione, aperture e modalità di accesso permette di scegliere due o tre tappe compatibili e lasciare poi spazio alla parte più bella, il viaggio sull’acqua tra un’isola e l’altra.

Un giorno per scoprire un’altra Venezia

Visitare queste isole significa cambiare scala.

Dopo Piazza San Marco e il Canal Grande, la Laguna racconta una Venezia fatta anche di coltivazioni su terreni salmastri, conventi, manoscritti armeni, antichi sistemi di quarantena, fortificazioni e paesaggi nei quali è difficile stabilire con precisione dove finisca la terra e cominci il mare.

Non sono alternative alla Venezia più conosciuta. Sono un altro modo per comprenderla.

Dal Move Hotels Venezia Nord, la Laguna può così diventare la destinazione di una giornata intera: raggiungere Venezia e da lì scegliere una rotta meno prevedibile, costruendo l’itinerario in base al tempo, agli interessi e alle isole che si vogliono scoprire.

Perché qualche volta, per vedere Venezia da una prospettiva nuova, basta semplicemente andare un’isola più in là.

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